Il rito dell'uomo-cervo
- neroametista

- 16 lug 2024
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A Castelnuovo al Volturno, In Molise, si narra di una creatura metà uomo e metà cervo che ogni anno, durante l’ultima domenica di Carnevale, scende giù in paese dalle montagne. Non si tratta solo di una leggenda, ma di un vero e proprio rituale, di una tradizione del luogo che viene celebrata da decenni e le cui radici più antiche risalgono addirittura a secoli fa.

Il rito dell'uomo-cervo unisce principi magico-religiosi a scene cruente di morte e distruzione, in una pantomima che ha la particolarità di descrivere gli aspetti tipici della vita primordiale.
La celebrazione ha inizio con un tintinnio ossessivo di campanacci ad accompagnare l’ingresso delle Janare (le streghe) e del Maone (stregone).
Seguono gli zampognari, finché un grido annuncia l’arrivo de "Gl’ Cierv".

Il Cervo non è che un uomo ricoperto di pelli animali e con grandi corna ramificate sul capo; simboleggia il freddo, la fame e lo strazio. Le mani e il volto sono dipinti di nero e il petto è ornato da campanacci.
Egli irrompe nella piazza e distrugge con violenza tutto ciò che incontra.
Poco dopo, entra in scena una cerva, dal pellame più chiaro e più aggraziata, che presumibilmente rappresenta l'alter-ego femminile della creatura.
A questo punto appare Martino, un misterioso mago vestito di bianco, anch’egli venuto dalla montagna. Simbolo del bene e della purezza, cerca di domare entrambe le bestie affinché una popolana del luogo possa offrire loro del pane in segno di pace.
L’offerta viene prontamente rifiutata dai cervi, divenuti ancora più aggressivi che in principio:
I due, dapprima legati, riescono a liberarsi tornando a terrorizzare i presenti, fino all’intervento di colui che fermerà la distruzione: il cacciatore, ossia la giustizia.
Dopo alcuni colpi di fucile gli animali si accasciano in un’atmosfera di morte.
Il Cacciatore si china sui due corpi e soffia nelle orecchie dei cervi, che tornano a vivere in una nuova dimensione, liberati dall’oscurità.
LE ORIGINI
Si tratta di un’antica cerimonia propiziatoria per la fertilità, la rinascita e la liberazione dai rigori dell'inverno e veniva celebrato già in epoca pre-ellenistica dal popolo italiano dei Sanniti.
I Sanniti furono una popolazione italica che abitò un'ampia regione dell'attuale Italia centro-meridionale; credevano che indossare maschere e costumi permettesse loro di assumere le sembianze degli spiriti e degli antenati, e che questo avrebbe portato fortuna e prosperità durante il nuovo anno.
Durante l’età greco-romana, il Carnevale coincideva invece con i “Saturnali” romani, un periodo di baldorie e divertimento in onore del dio Saturno, durante il quale le gerarchie sociali venivano capovolte. Analogamente, nel mondo greco antico, si celebravano le “Dionisiache”, in onore del dio Dioniso.

Queste festività, antecedenti al cristianesimo, erano spesso associate a rituali di purificazione dalla negatività e da tutto ciò che la stagione invernale rappresentava e si svolgevano nel periodo di Dicembre; l'utilizzo di maschere e costumi era un modo per liberarsi dei vincoli e delle norme sociali.
Solo più tardi, nel Medioevo, la religione cristiana assimilò questa festività nel proprio calendario, posticipandola da Dicembre a Febbraio. Così facendo, il Carnevale avrebbe preceduto la Quaresima (i quaranta giorni che a loro volta precedono la Pasqua cristiana) e i fedeli sarebbero stati liberi di sfogarsi in un periodo di allegria e frenesia prima delle rinunce del periodo quaresimale.

Il rito del Cervo per come lo conosciamo oggi è dunque l’eco lontano di una tradizione antichissima sopravvissuta fino ad oggi. Con i suoi simbolismi e la sua eccentricità, continua a rappresentare l’inevitabile necessità di una morte sacrificale che permetta alla natura di rinascere e prosperare attraverso sé stessa, come accade, di fatto, nel passaggio tra l’inverno e la primavera.



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